Come insegnare al bambino ad aspettare: una guida pratica
Aspettare non è solo questione di pazienza: è un'abilità che si costruisce gradualmente. Questa guida spiega come insegnarla passo dopo passo, con esempi pratici e principi basati sull'analisi del comportamento.
Indice dell’articolo
- Cosa significa davvero imparare ad aspettare
- Aspettare e accettare un “no” non sono la stessa abilità
- Perché per alcuni bambini aspettare è così difficile
- L'attesa potrebbe non essere stata insegnata gradualmente
- La comunicazione è ancora poco efficace
- L'attesa è imprevedibile
- In passato protestare ha abbreviato l'attesa
- Prima di insegnare ad aspettare: assicurarsi che la richiesta funzioni
- Come insegnare al bambino ad aspettare, passo dopo passo
- 1. Scegliere una situazione semplice
- 2. Utilizzare un segnale chiaro
- 3. Iniziare da un'attesa molto breve
- 4. Rendere chiara anche la fine dell'attesa
- 5. Aumentare gradualmente, non automaticamente
- Cosa può fare il bambino mentre aspetta
- Il ruolo del rinforzo nell'insegnamento dell'attesa
- Insegnare ad aspettare non significa creare frustrazione di proposito
- Cosa fare se durante l'attesa compare un comportamento problema
- Esempio pratico: aspettare prima di usare il tablet
- Situazione iniziale
- Primo obiettivo
- Progressione
- Esempio pratico: aspettare l'attenzione del genitore
- Esempio pratico: aspettare il proprio turno
- Quanto velocemente bisogna aumentare il tempo di attesa?
- Quali dati possiamo osservare
- Dalla prova strutturata alla vita quotidiana
- Il ruolo dei genitori nell'insegnamento dell'attesa
- Gli errori più comuni quando insegniamo ad aspettare
- Partire da attese troppo lunghe
- Dire “aspetta” senza mantenere la promessa
- Ripetere continuamente “aspetta, aspetta, aspetta”
- Ignorare la richiesta iniziale
- Usare l'attesa come punizione
- Aumentare il tempo a ogni prova indipendentemente dai dati
- Aspettarsi che funzioni subito in tutti i contesti
- Cosa ci dice la ricerca sulla tolleranza all'attesa
- Quando può essere utile un supporto professionale
- In sintesi
- Fonti e riferimenti scientifici
- Domande frequenti su come insegnare al bambino ad aspettare
- Come iniziare
- Quando il bambino fa fatica
- Attesa e “no”
- Attesa nella vita quotidiana
Indice dell’articolo
22 sezioni
- Cosa significa davvero imparare ad aspettare
- Aspettare e accettare un “no” non sono la stessa abilità
- Perché per alcuni bambini aspettare è così difficile
- L'attesa potrebbe non essere stata insegnata gradualmente
- La comunicazione è ancora poco efficace
- L'attesa è imprevedibile
- In passato protestare ha abbreviato l'attesa
- Prima di insegnare ad aspettare: assicurarsi che la richiesta funzioni
- Come insegnare al bambino ad aspettare, passo dopo passo
- 1. Scegliere una situazione semplice
- 2. Utilizzare un segnale chiaro
- 3. Iniziare da un'attesa molto breve
- 4. Rendere chiara anche la fine dell'attesa
- 5. Aumentare gradualmente, non automaticamente
- Cosa può fare il bambino mentre aspetta
- Il ruolo del rinforzo nell'insegnamento dell'attesa
- Insegnare ad aspettare non significa creare frustrazione di proposito
- Cosa fare se durante l'attesa compare un comportamento problema
- Esempio pratico: aspettare prima di usare il tablet
- Situazione iniziale
- Primo obiettivo
- Progressione
- Esempio pratico: aspettare l'attenzione del genitore
- Esempio pratico: aspettare il proprio turno
- Quanto velocemente bisogna aumentare il tempo di attesa?
- Quali dati possiamo osservare
- Dalla prova strutturata alla vita quotidiana
- Il ruolo dei genitori nell'insegnamento dell'attesa
- Gli errori più comuni quando insegniamo ad aspettare
- Partire da attese troppo lunghe
- Dire “aspetta” senza mantenere la promessa
- Ripetere continuamente “aspetta, aspetta, aspetta”
- Ignorare la richiesta iniziale
- Usare l'attesa come punizione
- Aumentare il tempo a ogni prova indipendentemente dai dati
- Aspettarsi che funzioni subito in tutti i contesti
- Cosa ci dice la ricerca sulla tolleranza all'attesa
- Quando può essere utile un supporto professionale
- In sintesi
- Fonti e riferimenti scientifici
- Domande frequenti su come insegnare al bambino ad aspettare
- Come iniziare
- Quando il bambino fa fatica
- Attesa e “no”
- Attesa nella vita quotidiana
“Aspetta un attimo.” Per un adulto può sembrare una richiesta semplicissima. Per un bambino che non ha ancora imparato a gestire l’attesa, però, anche pochi secondi possono diventare difficili.
Può continuare a chiedere, cercare di prendere ciò che desidera, protestare, allontanarsi, piangere oppure mettere in atto comportamenti più intensi. In questi momenti è facile interpretare tutto come impazienza, capriccio o mancanza di regole. In realtà, aspettare è una competenza: richiede di comprendere che qualcosa arriverà dopo, tollerare temporaneamente la sua indisponibilità e utilizzare comportamenti compatibili con quel periodo di attesa.
Come molte altre abilità, anche questa può essere insegnata gradualmente.
L’obiettivo non è insegnare al bambino a “sopportare” qualsiasi cosa. È aiutarlo a comprendere quando deve aspettare, per quanto tempo e cosa può fare mentre aspetta.
Questo tema è particolarmente importante quando il bambino ha già imparato a comunicare ciò che desidera. Nel Functional Communication Training (FCT), per esempio, una prima fase consiste nell’insegnare una richiesta efficace; successivamente può diventare necessario insegnare che ciò che viene richiesto non sarà sempre disponibile nello stesso momento.
Questo articolo prosegue il percorso avviato con le funzioni del comportamento, il modello ABC e l’approfondimento su perché la punizione da sola spesso non basta.
Cosa significa davvero imparare ad aspettare
Aspettare non significa semplicemente rimanere fermi. Un bambino può camminare, giocare con un altro oggetto, fare una domanda, osservare ciò che accade oppure svolgere un’attività mentre aspetta.
La caratteristica centrale è un’altra: la conseguenza desiderata non è immediatamente disponibile e il bambino riesce a gestire questo intervallo senza dover ricorrere continuamente a risposte problematiche.
L’attesa può riguardare situazioni molto differenti:
- aspettare il proprio turno;
- attendere che un genitore finisca una telefonata;
- aspettare prima di utilizzare il tablet;
- attendere che sia pronto il pasto;
- aspettare prima di uscire;
- attendere l’inizio di un’attività preferita;
- aspettare che un adulto sia disponibile;
- attendere un oggetto richiesto.
Queste situazioni sembrano simili, ma non sono necessariamente equivalenti per il bambino. Una persona può riuscire ad aspettare cinque minuti per uscire di casa e avere molta più difficoltà ad attendere trenta secondi per un oggetto particolarmente desiderato.
Aspettare e accettare un “no” non sono la stessa abilità
Questa distinzione è fondamentale. Quando diciamo “aspetta”, stiamo generalmente comunicando che ciò che il bambino desidera sarà disponibile successivamente. Quando diciamo “no” oppure “non è disponibile”, invece, potremmo comunicare che quella conseguenza non arriverà, almeno in quella situazione.
Sono condizioni differenti e possono richiedere insegnamenti differenti. Per questo non utilizzeremo l’attesa come sinonimo di diniego: l’abilità di gestire un “no” o un “non adesso” merita un lavoro specifico, che approfondiremo separatamente.
“Aspetta” dovrebbe avere un significato comprensibile. Se viene utilizzato per indicare a volte dieci secondi, altre volte mezz’ora e altre ancora “forse mai”, diventa molto difficile imparare a fidarsi di quel segnale.
Perché per alcuni bambini aspettare è così difficile
Non esiste una sola spiegazione valida per tutti. La difficoltà può dipendere dal repertorio comunicativo, dalla storia di apprendimento, dalla prevedibilità della situazione, dalla durata dell’attesa, dal valore di ciò che si sta aspettando e dalle conseguenze che normalmente seguono alle proteste.
L’attesa potrebbe non essere stata insegnata gradualmente
A volte ci aspettiamo che un bambino sappia aspettare semplicemente perché è cresciuto. Ma se nelle esperienze precedenti l’accesso alle cose desiderate è stato quasi sempre immediato, oppure se i tempi sono cambiati continuamente senza segnali chiari, il bambino può non aver avuto molte opportunità di apprendere questa abilità in modo graduale.
La comunicazione è ancora poco efficace
È molto più difficile aspettare se non si è sicuri che la propria richiesta sia stata capita. Un bambino che non riesce a comunicare chiaramente “voglio bere”, “voglio il gioco” o “ho bisogno di aiuto” potrebbe continuare a ripetere la richiesta, aumentare l’intensità della risposta o utilizzare altre modalità per essere compreso.
Per questo, in molti casi, prima di lavorare sull’attesa è utile verificare che esista una modalità comunicativa accessibile. Parole, richieste, gesti e altri sistemi sono approfonditi nell’articolo sulla comunicazione nei bambini autistici.
L’attesa è imprevedibile
“Dopo”, “tra poco” e “aspetta” sono concetti molto astratti. Se il bambino non sa quando finirà l’attesa, può essere difficile capire se deve aspettare pochi secondi oppure un periodo molto più lungo.
Segnali visivi, timer, countdown e routine possono aiutare a rendere più chiaro l’intervallo, purché vengano utilizzati in modo coerente e comprensibile per quella persona.
In passato protestare ha abbreviato l’attesa
Consideriamo una situazione comune: il bambino chiede il tablet, l’adulto risponde “aspetta”, il bambino insiste, urla e prova a prenderlo e, dopo alcuni minuti, per evitare che la situazione peggiori, il tablet viene consegnato.
Non significa necessariamente che il bambino abbia deciso consapevolmente di “manipolare” l’adulto. Dal punto di vista dell’apprendimento, però, quella sequenza può rendere più probabile il ripetersi delle stesse risposte in condizioni simili.
Per comprendere queste relazioni può essere utile osservare ciò che accade prima e dopo attraverso il modello ABC, considerando le possibili funzioni del comportamento.

Prima di insegnare ad aspettare: assicurarsi che la richiesta funzioni
Un errore frequente consiste nell’iniziare subito ad aumentare l’attesa. Prima, però, il bambino deve avere un motivo per utilizzare una modalità comunicativa adeguata.
Immaginiamo che abbia imparato a dire “acqua”. Se, quando pronuncia questa parola, l’adulto risponde quasi sempre “aspetta” e l’acqua arriva solo dopo molto tempo, mentre urlare produce una risposta più rapida, la nuova comunicazione può diventare meno vantaggiosa.
Nelle prime fasi di apprendimento di una nuova richiesta, una conseguenza rapida e affidabile può quindi essere particolarmente importante. È uno dei principi collegati al rinforzo positivo nell’ABA.
Solo quando la comunicazione è sufficientemente stabile ha senso introdurre, quando necessario, piccoli periodi di attesa.
Come insegnare al bambino ad aspettare, passo dopo passo
Non esiste una sequenza identica per tutti i bambini. Esistono però alcuni principi che aiutano a rendere l’insegnamento più comprensibile e graduale.
1. Scegliere una situazione semplice
Non partire dalla situazione più difficile della giornata. Se il bambino ha crisi intense ogni volta che deve spegnere il tablet, potrebbe non essere quella la condizione migliore per insegnare per la prima volta l’attesa.
È spesso più utile iniziare da una situazione nella quale il bambino desidera qualcosa ma riesce già a mantenere una buona partecipazione.
2. Utilizzare un segnale chiaro
La parola “aspetta” può diventare un segnale utile se viene usata in modo coerente. Per alcuni bambini può essere sufficiente la comunicazione verbale; per altri può essere utile accompagnarla con:
- una carta “ASPETTA”;
- un timer visivo;
- una clessidra;
- un semplice countdown;
- una sequenza “prima/dopo”;
- un simbolo nel proprio sistema di CAA.
Il supporto non deve diventare più complesso dell’abilità che vogliamo insegnare: deve semplicemente rendere più prevedibile ciò che sta accadendo.
3. Iniziare da un’attesa molto breve
Se l’obiettivo finale è aspettare diversi minuti, non significa che si debba iniziare da diversi minuti. Per alcuni bambini il primo intervallo può essere di pochi secondi.
Per esempio: il bambino dice “succo”, l’adulto risponde “certo, aspetta”, segue un’attesa di 2–3 secondi, poi l’adulto consegna il succo.
Il bambino sperimenta così una relazione molto semplice:
richiesta → segnale di attesa → breve intervallo → accesso.
4. Rendere chiara anche la fine dell’attesa
Non è importante soltanto segnalare che l’attesa inizia: il bambino deve poter imparare anche quando termina.
Frasi come “hai aspettato, adesso puoi giocare” oppure il termine di un timer possono contribuire a rendere più comprensibile la relazione tra attesa e accesso alla conseguenza.
5. Aumentare gradualmente, non automaticamente
L’aumento del tempo dovrebbe dipendere da ciò che il bambino sta mostrando. Se riesce con cinque secondi, si può provare un incremento moderato; se compaiono rapidamente proteste intense, perdita della comunicazione o altre difficoltà, potrebbe essere necessario ridurre nuovamente l’intervallo o modificare la procedura.
La ricerca sul delay tolerance ha mostrato che aumentare il tempo in modo puramente cronologico non è sempre la strategia più efficace. Ghaemmaghami, Hanley e Jessel hanno confrontato incrementi basati sul semplice trascorrere del tempo con progressioni basate su specifiche contingenze, osservando risultati più favorevoli con queste ultime.

Cosa può fare il bambino mentre aspetta
Un periodo di attesa non deve necessariamente essere un tempo vuoto. Quando gli intervalli diventano più lunghi, può essere utile insegnare o rendere disponibili attività compatibili con l’attesa.
A seconda della situazione, il bambino potrebbe:
- giocare con un altro materiale;
- guardare un libro;
- continuare un’attività già avviata;
- parlare con qualcuno;
- portare a termine un piccolo compito;
- osservare un timer;
- scegliere tra alcune alternative disponibili.
In letteratura, l’accesso ad attività concorrenti durante periodi nei quali il rinforzatore funzionale non era disponibile ha contribuito, in alcuni programmi, a rendere più stabile lo schedule thinning.
Questo non significa “distrarre sempre” il bambino affinché dimentichi ciò che ha chiesto. L’obiettivo è ampliare progressivamente il repertorio di ciò che sa fare durante l’attesa.
Il ruolo del rinforzo nell’insegnamento dell’attesa
Se il bambino aspetta e, al termine dell’intervallo programmato, accede alla conseguenza prevista, quell’esperienza può contribuire a rendere più probabile una gestione efficace dell’attesa in situazioni simili.
Può essere utile anche fornire feedback specifici, per esempio: “Hai aspettato mentre finivo di parlare e adesso possiamo giocare.”
Questo è diverso dal distribuire premi senza una relazione chiara con il comportamento. Il rinforzo dovrebbe essere pensato in relazione all’abilità che stiamo insegnando e alle conseguenze naturali che, nel tempo, potranno sostenerla.
Insegnare ad aspettare non significa creare frustrazione di proposito
Il fatto che l’attesa sia una competenza utile non significa che sia necessario rendere intenzionalmente ogni situazione più difficile. Non serve far aspettare un bambino quando non esiste alcuna ragione per farlo, soltanto “per allenarlo”.
La vita quotidiana offre già moltissime occasioni naturali:
- attendere che venga preparata una merenda;
- aspettare il proprio turno;
- aspettare che un adulto finisca ciò che sta facendo;
- attendere l’arrivo di un’attività;
- aspettare che si liberi un gioco;
- attendere qualche momento prima di uscire.
Queste situazioni sono generalmente più utili di un’attesa arbitraria introdotta soltanto per verificare “quanto resiste”.
Cosa fare se durante l’attesa compare un comportamento problema
La comparsa di un comportamento difficile non dovrebbe essere interpretata automaticamente come prova che “bisogna essere più fermi”. È invece un’informazione da valutare.
Possiamo chiederci:
- l’attesa è stata aumentata troppo velocemente?
- il bambino ha compreso il segnale?
- la richiesta iniziale era stata riconosciuta?
- l’oggetto o l’attività aveva un valore particolarmente elevato?
- la durata dell’attesa era prevedibile?
- esisteva un comportamento alternativo disponibile?
- in passato il comportamento problema ha abbreviato frequentemente l’attesa?
- la stessa difficoltà compare in altri contesti?
La letteratura sullo schedule thinning segnala proprio la ricomparsa del comportamento problema come una delle difficoltà possibili quando la disponibilità del rinforzo viene ridotta troppo rapidamente.
Studi più recenti sulla resurgence durante l’insegnamento della tolleranza a ritardi e dinieghi confermano inoltre che comportamenti precedentemente ridotti possono ricomparire quando le condizioni di rinforzo diventano meno favorevoli.
Quando sono presenti aggressioni, autolesionismo, fuga o altre risposte potenzialmente pericolose, non è opportuno improvvisare incrementi dell’attesa senza una valutazione adeguata.
Il tema generale è approfondito nella guida sui comportamenti problema nell’autismo.
Esempio pratico: aspettare prima di usare il tablet
Immaginiamo che un bambino chieda frequentemente il tablet e che abbia già una modalità comunicativa chiara per richiederlo.
Situazione iniziale
Ogni volta che il tablet è visibile, il bambino lo chiede. Se non viene consegnato immediatamente, ripete la richiesta molte volte e può iniziare a protestare.
Primo obiettivo
La richiesta viene riconosciuta chiaramente: “Hai chiesto il tablet. Va bene, aspetta.”
Viene introdotto un intervallo molto breve, compatibile con le capacità attuali del bambino. Alla fine si segnala esplicitamente la conclusione dell’attesa: “Hai aspettato, adesso tablet.”
Progressione
Quando le attese brevi risultano stabili, il tempo può essere aumentato gradualmente. Successivamente possono essere introdotti momenti nei quali il bambino svolge un’attività alternativa mentre aspetta.
Solo in una fase successiva si potrà lavorare anche su una competenza differente: comprendere che in alcune occasioni il tablet non sarà disponibile. Questo non è più semplicemente “aspettare”, ma riguarda la tolleranza al diniego.
Esempio pratico: aspettare l’attenzione del genitore
Un bambino vuole mostrare un gioco mentre il genitore sta parlando. Invece di ripetere molte volte “aspetta” senza ulteriori informazioni, l’adulto può riconoscere la richiesta: “Ti ho visto, finisco questa frase e poi guardo.”
All’inizio l’intervallo dovrebbe essere breve e realmente rispettato.
In questo modo il bambino sperimenta che:
- la richiesta è stata ricevuta;
- l’attenzione non è disponibile immediatamente;
- esiste un segnale che indica l’attesa;
- l’adulto torna effettivamente disponibile dopo l’intervallo.
Esempio pratico: aspettare il proprio turno
L’attesa non riguarda soltanto oggetti o richieste rivolte agli adulti. Nei giochi condivisi, il bambino può dover aspettare mentre un’altra persona utilizza un materiale.
In questo caso possono essere utili:
- turni inizialmente molto brevi;
- un segnale visivo che mostra “il mio turno / il tuo turno”;
- materiali che permettono passaggi rapidi;
- feedback chiari al termine del turno;
- aumenti graduali della durata.
L’obiettivo non è chiedere immediatamente a un bambino che fatica ad aspettare di osservare un altro giocare per dieci minuti: è costruire progressivamente il repertorio necessario per partecipare a situazioni sociali più complesse.
Quanto velocemente bisogna aumentare il tempo di attesa?
Non esiste una progressione universale — 5 secondi, 10 secondi, 30 secondi, 1 minuto — valida per tutti. La durata deve dipendere dalla risposta della persona e dalla situazione.
Possiamo osservare:
- quanto tempo riesce già ad aspettare;
- se la richiesta rimane indipendente;
- se compaiono proteste;
- se utilizza l’attività alternativa;
- se comprende il segnale;
- se l’abilità si mantiene dopo gli incrementi.
Questi dati aiutano a decidere se mantenere l’intervallo, aumentarlo oppure tornare temporaneamente a una condizione più semplice.
Quali dati possiamo osservare
Anche in situazioni quotidiane semplici può essere utile evitare valutazioni vaghe come “oggi è andata bene” oppure “non sa aspettare”.
Possiamo invece osservare:
- durata massima dell’attesa gestita;
- numero di richieste ripetute durante l’intervallo;
- necessità di prompt;
- presenza o assenza di comportamento problema;
- uso di un’attività alternativa;
- capacità di utilizzare il segnale in ambienti diversi;
- prestazione con adulti differenti.
Queste informazioni diventano particolarmente importanti quando l’insegnamento fa parte di un programma strutturato.
Dalla prova strutturata alla vita quotidiana
Saper aspettare durante un’attività preparata non significa automaticamente riuscire ad aspettare ovunque. L’abilità deve diventare progressivamente utile nelle situazioni reali:
- a casa;
- a scuola;
- al supermercato;
- al parco;
- durante una visita;
- con i nonni;
- con fratelli e sorelle;
- durante le attività di gruppo.
Non significa utilizzare esattamente lo stesso tempo di attesa in ogni luogo: significa permettere al bambino di riconoscere il concetto di attesa e utilizzare le abilità apprese con persone, materiali e condizioni differenti.
Questo passaggio è strettamente collegato alla generalizzazione nell’ABA.
Il ruolo dei genitori nell’insegnamento dell’attesa
I genitori si trovano ogni giorno davanti a decine di occasioni nelle quali il bambino deve attendere. Questo rende la famiglia centrale, ma può anche creare difficoltà se ogni adulto utilizza segnali e regole molto differenti.
Può essere utile concordare alcuni aspetti:
- quale parola o segnale utilizzare;
- quali situazioni scegliere per iniziare;
- quanto deve essere breve l’attesa iniziale;
- come segnalare la fine;
- quando aumentare il tempo;
- come comportarsi se compaiono difficoltà;
- quali adulti inizieranno a generalizzare l’abilità.
Un percorso di Parent Training ABA può avere proprio questa funzione: aiutare la famiglia a comprendere le variabili coinvolte e utilizzare strategie coerenti nelle routine reali, senza trasformare la casa in un setting terapeutico continuo.
Gli errori più comuni quando insegniamo ad aspettare
Partire da attese troppo lunghe
Chiedere improvvisamente cinque minuti a un bambino che oggi riesce ad aspettare soltanto pochi secondi può rendere l’esperienza molto difficile.
Dire “aspetta” senza mantenere la promessa
Se il segnale di attesa non predice realmente un accesso successivo, perde chiarezza.
Ripetere continuamente “aspetta, aspetta, aspetta”
Ripetere la stessa parola molte volte non rende automaticamente più comprensibile il concetto.
Ignorare la richiesta iniziale
È molto diverso sapere che la propria richiesta è stata compresa ma bisogna attendere, rispetto al non sapere se qualcuno l’ha ascoltata.
Usare l’attesa come punizione
Frasi come “adesso aspetti ancora di più perché hai protestato” trasformano l’attesa in una conseguenza punitiva e possono confondere l’obiettivo educativo.
Aumentare il tempo a ogni prova indipendentemente dai dati
Una progressione non deve avanzare automaticamente: se la prestazione peggiora, bisogna chiedersi se il passaggio successivo sia realmente appropriato.
Aspettarsi che funzioni subito in tutti i contesti
Una competenza appresa con un genitore e un determinato oggetto può richiedere ulteriori opportunità per essere utilizzata con altre persone e situazioni.
Cosa ci dice la ricerca sulla tolleranza all’attesa
L’insegnamento della tolleranza al ritardo è stato studiato soprattutto nell’ambito degli interventi comportamentali e del Functional Communication Training.
La ricerca mostra un punto particolarmente importante: dopo aver insegnato una risposta comunicativa efficace, è spesso necessario rendere progressivamente il programma compatibile con la vita reale, dove l’accesso a ciò che desideriamo non può essere sempre immediato.
Le revisioni sulle procedure di schedule thinning descrivono diversi approcci, tra cui ritardi progressivi, segnali di disponibilità e procedure concatenate. Una delle difficoltà principali è evitare che una riduzione troppo rapida della disponibilità del rinforzo favorisca la ricomparsa del comportamento problema.
Il lavoro di Ghaemmaghami, Hanley e Jessel ha inoltre mostrato che una progressione basata su specifiche contingenze può produrre risultati migliori rispetto al semplice aumentare il tempo trascorso.
Un altro filone interessante riguarda l’insegnamento preventivo di abilità sociali e di autocontrollo nei bambini in età prescolare. Nel programma Preschool Life Skills, Hanley e colleghi hanno insegnato competenze prosociali e di comunicazione in classe; studi successivi di Luczynski e Hanley hanno approfondito l’acquisizione e il mantenimento di abilità di comunicazione funzionale e autocontrollo.
Quando può essere utile un supporto professionale
Una normale difficoltà ad aspettare non richiede automaticamente un intervento specialistico. Molte competenze possono essere favorite gradualmente nelle normali routine familiari.
È però utile approfondire quando la difficoltà è associata a:
- aggressioni frequenti;
- autolesionismo;
- fuga o allontanamento;
- distruzione di oggetti;
- crisi molto intense;
- impossibilità di partecipare alle normali attività quotidiane;
- forte rigidità rispetto alla disponibilità immediata delle attività;
- comunicazione funzionale molto limitata;
- grandi differenze tra casa e scuola;
- strategie familiari che sembrano non produrre miglioramenti nel tempo.
In questi casi è importante comprendere il contesto più ampio e non lavorare esclusivamente sulla durata dell’attesa. Può essere utile anche approfondire quando rivolgersi a un tecnico ABA.
In sintesi
Aspettare è un’abilità complessa ma molto importante nella vita quotidiana. Per insegnarla è utile:
- assicurarsi che il bambino sappia comunicare ciò che desidera;
- utilizzare un segnale chiaro;
- iniziare da intervalli brevi;
- rendere prevedibile la fine dell’attesa;
- aumentare il tempo gradualmente;
- offrire attività compatibili quando gli intervalli diventano più lunghi;
- osservare i dati senza avanzare automaticamente;
- programmare la generalizzazione;
- distinguere l’attesa dal diniego;
- rivalutare il programma se compaiono comportamenti problema.
Non serve chiedere al bambino di “resistere” sempre più a lungo. Serve costruire esperienze nelle quali l’attesa diventa gradualmente comprensibile, prevedibile e gestibile.
Imparare ad aspettare non significa rinunciare a comunicare un bisogno. Significa poter comunicare quel bisogno e, quando necessario, gestire il tempo che separa la richiesta dalla sua conseguenza.
Fonti e riferimenti scientifici
- Hanley G.P., Heal N.A., Tiger J.H., Ingvarsson E.T. (2007). Evaluation of a classwide teaching program for developing preschool life skills. Journal of Applied Behavior Analysis, 40(2), 277–300.
- Luczynski K.C., Hanley G.P. (2013). Prevention of problem behavior by teaching functional communication and self-control skills to preschoolers. Journal of Applied Behavior Analysis, 46(2), 355–368.
- Ghaemmaghami M., Hanley G.P., Jessel J. (2016). Contingencies promote delay tolerance. Journal of Applied Behavior Analysis, 49(3), 548–575.
- Tiger J.H., Hanley G.P., Bruzek J. (2008). Functional Communication Training: A Review and Practical Guide. Behavior Analysis in Practice, 1(1), 16–23.
- Hagopian L.P., Contrucci Kuhn S.A., Long E.S., Rush K.S. (2005). Schedule thinning following communication training: Using competing stimuli to enhance tolerance to decrements in reinforcer density. Journal of Applied Behavior Analysis, 38(2), 177–193.
- Kranak M.P., Brown K.R. (2024). Updated Recommendations for Reinforcement Schedule Thinning following Functional Communication Training. Behavior Analysis in Practice, 17(1), 87–106.
- Marshall A.R., Mitteer D.R., Greer B.D., Kishel C.B. (2025). On the prevalence and magnitude of resurgence during delay-and-denial tolerance teaching. Journal of Applied Behavior Analysis, 58(1), 151–163.
Domande frequenti su come insegnare al bambino ad aspettare
Come iniziare
Da quanti secondi bisogna iniziare?
Non esiste un numero universale. Si parte da un intervallo che il bambino riesce già a gestire con sufficiente successo. Per alcuni bambini possono essere pochi secondi; per altri l’abilità è già presente per intervalli più lunghi.
È utile usare un timer?
Può essere utile per alcuni bambini perché rende più visibile e prevedibile la durata dell’attesa. Non è però indispensabile per tutti: timer, clessidra, countdown o altri supporti dovrebbero essere scelti in base a ciò che aiuta realmente quella persona.
Devo usare sempre la parola “aspetta”?
No. È importante soprattutto che il segnale sia chiaro e coerente. Può essere verbale, visivo oppure integrato nel sistema di comunicazione utilizzato dal bambino.
Quando il bambino fa fatica
Cosa faccio se il bambino protesta durante l’attesa?
È un’informazione utile, non semplicemente un fallimento. Può indicare che l’intervallo era troppo lungo, che il segnale non è stato compreso, che la richiesta iniziale non era stata riconosciuta chiaramente oppure che altre variabili stanno rendendo la situazione particolarmente difficile.
Bisogna ignorare il bambino mentre aspetta?
No. Insegnare ad aspettare non significa ignorare la persona. È importante che il bambino sappia che la sua richiesta è stata ricevuta e che il segnale di attesa abbia un significato comprensibile.
Se urla devo allungare l’attesa?
No, non automaticamente. Usare l’attesa come conseguenza punitiva del comportamento può confondere l’obiettivo educativo. È più utile capire perché la difficoltà si è verificata e se la progressione debba essere modificata.
Attesa e “no”
Aspettare significa imparare ad accettare un no?
No. Nell’attesa la conseguenza richiesta è generalmente disponibile dopo un intervallo. Accettare un “no” riguarda invece situazioni nelle quali ciò che viene chiesto non è disponibile in quella condizione o non verrà fornito.
Posso dire “aspetta” anche se non so quando potrò dare ciò che chiede?
È preferibile utilizzare un segnale che abbia un significato il più possibile chiaro. Se non sappiamo se o quando qualcosa sarà disponibile, può essere più corretto comunicarlo invece di utilizzare “aspetta” come rinvio indefinito.
Attesa nella vita quotidiana
Come faccio a passare da pochi secondi a diversi minuti?
Attraverso incrementi graduali guidati dalla risposta del bambino, non attraverso una progressione fissa uguale per tutti. Quando gli intervalli diventano più lunghi può essere utile insegnare anche attività compatibili da svolgere durante l’attesa.
Se sa aspettare a casa dovrebbe riuscirci anche a scuola?
Non automaticamente. Cambiano persone, segnali, attività e conseguenze. La generalizzazione può richiedere ulteriori opportunità di apprendimento nei nuovi contesti.
Quando la difficoltà ad aspettare dovrebbe preoccuparmi?
È utile approfondire quando l’attesa è frequentemente associata ad aggressioni, autolesionismo, fuga, crisi molto intense oppure quando interferisce in modo significativo e persistente con la partecipazione alle normali attività quotidiane.
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