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ABA e Autismo

Comunicazione nei bambini autistici: come favorire richieste, parole e gesti

La comunicazione non coincide soltanto con il linguaggio verbale. Scopri come aiutare un bambino autistico a esprimere bisogni, preferenze, rifiuti e richieste attraverso parole, gesti, immagini e altri strumenti funzionali.

17 min di lettura Pubblicato il 22 Luglio 2026 Aggiornato il 13 Agosto 2026

Bambino che consegna un’immagine a un operatore per esprimere una richiesta comunicativa
Indice dell’articolo
  1. Cosa significa comunicare
  2. La comunicazione viene prima delle parole
  3. Perché le richieste sono così importanti
  4. Osservare come il bambino comunica già
  5. Come creare occasioni naturali per comunicare
  6. Partire da attività realmente motivanti
  7. Rendere visibile ciò che interessa
  8. Offrire scelte concrete
  9. Attendere senza anticipare ogni bisogno
  10. Come favorire parole e vocalizzazioni
  11. Scegliere parole brevi e funzionali
  12. Modellare senza esercitare pressione
  13. Accettare le approssimazioni
  14. Valorizzare la comunicazione spontanea
  15. L’importanza dei gesti
  16. Come favorire l’utilizzo dei gesti
  17. Comunicazione Aumentativa Alternativa: quando parole, immagini e dispositivi lavorano insieme
  18. Le immagini e il PECS
  19. Quando il comportamento assume una funzione comunicativa
  20. Strategie comunicative nella vita quotidiana
  21. Durante la merenda
  22. Durante il gioco
  23. Durante le routine di autonomia
  24. Durante le uscite
  25. Il ruolo della famiglia
  26. Il ruolo della scuola
  27. Errori frequenti da evitare
  28. Chiedere continuamente “come si dice?”
  29. Accettare soltanto parole perfette
  30. Anticipare sempre ogni bisogno
  31. Imporre il contatto oculare
  32. Utilizzare la comunicazione soltanto durante la terapia
  33. Rendere indisponibile il sistema comunicativo
  34. Creare intenzionalmente troppa frustrazione
  35. Utilizzare lo stesso sistema per tutti
  36. Come definire obiettivi comunicativi concreti
  37. Come osservare i progressi
  38. Quando può essere utile una valutazione professionale
  39. Il contributo dell’intervento ABA alla comunicazione
  40. Conclusioni
  41. Fonti e riferimenti
  42. Domande frequenti sulla comunicazione nei bambini autistici
  43. Modalità comunicative
  44. Prime richieste e parole
  45. Generalizzazione e comportamento

La comunicazione nei bambini autistici può assumere forme molto diverse. Parlare è soltanto una delle possibilità attraverso cui un bambino può esprimere bisogni, preferenze, rifiuti, richieste e interessi.

Alcuni bambini utilizzano parole e frasi, ma possono incontrare difficoltà nel sostenere una conversazione o nel rendere chiaro ciò che desiderano. Altri comunicano prevalentemente attraverso gesti, vocalizzazioni, immagini, oggetti o dispositivi elettronici.

Per questo motivo, un bambino che non utilizza ancora il linguaggio verbale non è necessariamente un bambino che non comunica.

Può prendere la mano dell’adulto, avvicinarsi a un oggetto, indicare, produrre un suono, allontanare un materiale oppure utilizzare un comportamento per ottenere qualcosa o interrompere una situazione difficile.

Da ricordare. Il primo obiettivo non dovrebbe essere ottenere a tutti i costi una parola perfetta. È più importante aiutare il bambino a scoprire che comunicare può essere utile, comprensibile ed efficace.

All’interno dell’Analisi del Comportamento Applicata (ABA), la comunicazione funzionale rappresenta un’area centrale perché permette alla persona di influire sull’ambiente attraverso modalità sempre più autonome e comprensibili.

Cosa significa comunicare

Comunicare non significa soltanto pronunciare parole.

La comunicazione comprende tutte le modalità attraverso cui una persona riesce a trasmettere un messaggio a qualcun altro.

Un bambino può utilizzare:

  • parole e frasi;
  • suoni e vocalizzazioni;
  • gesti;
  • indicazione;
  • espressioni del viso;
  • movimenti del corpo;
  • immagini o simboli;
  • oggetti concreti;
  • segni manuali;
  • tabelle di comunicazione;
  • dispositivi con uscita vocale.

Queste modalità possono comparire singolarmente oppure essere utilizzate insieme.

Per esempio, un bambino potrebbe guardare una bottiglia e indicarla. Un altro potrebbe consegnare l’immagine dell’acqua. In una situazione differente, la stessa richiesta potrebbe essere espressa con la parola “acqua” oppure attraverso un comunicatore.

In tutti questi casi esiste un elemento comune: il bambino sta trasmettendo un messaggio a un’altra persona.

La comunicazione viene prima delle parole

Uno degli errori più frequenti consiste nel considerare il linguaggio verbale come l’unica modalità comunicativa realmente valida.

Le parole possono essere molto importanti. Prima ancora della loro comparsa, però, il bambino deve poter sperimentare alcuni principi fondamentali della comunicazione.

  • Le proprie azioni possono modificare ciò che accade.
  • Un’altra persona può aiutarlo.
  • Un gesto, un suono o un’immagine possono trasmettere un messaggio.
  • Comunicare può produrre una conseguenza significativa.
  • È possibile rivolgersi a persone differenti.
  • Lo stesso messaggio può essere utilizzato in più situazioni.

Chiedere continuamente al bambino di ripetere una parola, quindi, non garantisce che quella parola venga utilizzata spontaneamente per comunicare.

Al contrario, un gesto utilizzato autonomamente per chiedere aiuto possiede già una funzione comunicativa concreta.

Prima della forma viene la funzione. Inizialmente conta soprattutto che il bambino riesca a trasmettere un messaggio; la precisione della parola, del gesto o del simbolo può essere migliorata progressivamente.

Perché le richieste sono così importanti

Le richieste rappresentano spesso uno dei primi obiettivi nel lavoro sulla comunicazione funzionale.

Chiedere permette infatti al bambino di ottenere qualcosa, richiedere aiuto oppure modificare una situazione. Il risultato della comunicazione può quindi diventare immediatamente comprensibile.

Tra le prime richieste possono rientrare:

  • acqua o un alimento;
  • un gioco;
  • una canzone;
  • aiuto;
  • una pausa;
  • “ancora”;
  • “apri”;
  • “finito”;
  • più tempo;
  • attenzione;
  • la continuazione di un’attività;
  • l’interruzione di qualcosa.

La scelta dovrebbe partire da oggetti, persone o attività che abbiano un significato reale per quel bambino.

Non è particolarmente utile insegnare una parola soltanto perché appare semplice da pronunciare. Se ciò che rappresenta non interessa al bambino, la motivazione a utilizzarla sarà probabilmente ridotta.

Osservare come il bambino comunica già

Prima di introdurre una nuova modalità comunicativa è utile comprendere quali strategie siano già presenti.

Alcuni segnali possono essere molto evidenti. Altri, invece, rischiano di passare inosservati.

Il bambino potrebbe guardare brevemente un oggetto, avvicinarsi a una persona, produrre un suono particolare, spingere via un materiale oppure modificare il proprio comportamento quando desidera qualcosa.

Durante l’osservazione può essere utile chiedersi:

  • Cosa accade immediatamente prima?
  • Che cosa sembra desiderare il bambino?
  • C’è qualcosa che cerca di interrompere o evitare?
  • Verso chi si dirige?
  • Quali gesti, vocalizzazioni o movimenti utilizza?
  • Le altre persone comprendono facilmente il messaggio?
  • Deve arrivare a un comportamento molto intenso prima di essere compreso?

Queste informazioni permettono di individuare un punto di partenza concreto.

Se, per esempio, il bambino prende la mano dell’adulto per raggiungere un oggetto, esiste già un’intenzione comunicativa. Il percorso può partire da quella competenza per costruire progressivamente una modalità più chiara e autonoma.

Come creare occasioni naturali per comunicare

La comunicazione tende a essere più significativa quando il bambino possiede una ragione concreta per rivolgersi a un’altra persona.

Le occasioni possono essere inserite nel gioco e nelle normali routine, evitando di trasformare ogni momento della giornata in un esercizio.

Partire da attività realmente motivanti

Conoscere gli interessi del bambino aiuta a creare situazioni nelle quali abbia una reale motivazione a comunicare.

Le preferenze possono riguardare, per esempio:

  • costruzioni;
  • macchinine;
  • libri;
  • musica e canzoni;
  • giochi motori;
  • bolle di sapone;
  • giochi con acqua;
  • attività sensoriali;
  • alimenti graditi;
  • interazioni sociali particolarmente apprezzate.

Durante un’attività piacevole è possibile introdurre una brevissima pausa e osservare se compare un tentativo di richiesta.

La pausa, però, non dovrebbe trasformarsi in una provocazione. Lo scopo è offrire un’opportunità comunicativa, non aumentare intenzionalmente la frustrazione.

Rendere visibile ciò che interessa

Un materiale gradito può essere visibile e facilmente identificabile senza essere immediatamente disponibile.

In questa situazione il bambino potrebbe guardarlo, indicarlo, avvicinarsi all’adulto oppure produrre una vocalizzazione.

L’adulto può riconoscere il tentativo e, quando necessario, aiutare il bambino a renderlo progressivamente più chiaro.

Non serve aspettare che compaiano irritazione o crisi. La comunicazione dovrebbe essere sostenuta prima che la difficoltà aumenti.

Offrire scelte concrete

Presentare due alternative può facilitare l’iniziativa comunicativa.

L’adulto, per esempio, può mostrare una palla e le bolle di sapone chiedendo quale attività il bambino preferisca.

Le alternative possono essere rappresentate da oggetti, fotografie, simboli, gesti oppure parole. La modalità dipende dalle competenze della persona.

Attendere senza anticipare ogni bisogno

Chi conosce molto bene un bambino riesce spesso a prevedere ciò che desidera prima ancora che venga richiesto.

Questa attenzione nasce da intenzioni positive. Se però l’adulto anticipa sistematicamente ogni necessità, possono diminuire le occasioni per iniziare una comunicazione spontanea.

Una breve attesa può creare lo spazio necessario per osservare un gesto, uno sguardo, una vocalizzazione o un’altra iniziativa. In molti casi sono sufficienti pochi secondi.

Come favorire parole e vocalizzazioni

Quando il bambino mostra interesse verso il linguaggio verbale, parole e vocalizzazioni possono essere sostenute senza trasformare ogni comunicazione in una prova di ripetizione.

Scegliere parole brevi e funzionali

Le prime parole dovrebbero essere collegate a situazioni realmente significative.

Possono riguardare:

  • oggetti desiderati;
  • persone importanti;
  • azioni preferite;
  • aiuto;
  • pausa;
  • rifiuto;
  • “ancora”;
  • “apri”;
  • “stop”;
  • “finito”.

Parole di questo tipo possono avere un valore immediato nella quotidianità e offrire al bambino una ragione concreta per utilizzarle.

Modellare senza esercitare pressione

L’adulto può pronunciare una parola mentre mostra, utilizza o consegna ciò a cui quella parola si riferisce.

Se il bambino guarda le bolle, per esempio, si può modellare “bolle” oppure “ancora bolle”. Non è necessario trasformare continuamente la situazione nella domanda “come si dice?”.

Il modello dovrebbe essere semplice, chiaro e collegato all’esperienza in corso.

Accettare le approssimazioni

All’inizio una parola potrebbe non essere pronunciata completamente.

Una sillaba, una vocalizzazione intenzionale o una produzione simile alla parola possono rappresentare un passaggio significativo.

La forma potrà essere perfezionata gradualmente. Pretendere immediatamente una pronuncia perfetta rischia invece di rendere più difficile l’iniziativa comunicativa.

Valorizzare la comunicazione spontanea

Una richiesta iniziata autonomamente possiede un valore particolare.

Quando il bambino utilizza spontaneamente una parola, un gesto, un’immagine o un altro sistema, è utile rispondere in modo coerente quando la richiesta è possibile e appropriata.

In questo modo può imparare che prendere l’iniziativa comunicativa produce effetti comprensibili sull’ambiente.

L’importanza dei gesti

I gesti costituiscono una modalità comunicativa fondamentale e possono accompagnare il linguaggio verbale oppure rappresentare temporaneamente il principale sistema utilizzato dal bambino.

Tra i gesti comunicativi possiamo trovare:

  • indicare;
  • mostrare;
  • consegnare un oggetto;
  • fare “ciao”;
  • annuire;
  • scuotere la testa per rifiutare;
  • aprire la mano per chiedere;
  • segnalare “ancora”;
  • comunicare “finito”;
  • allontanare un oggetto indesiderato.

L’indicazione, in particolare, può avere funzioni differenti. Il bambino può indicare per ottenere qualcosa oppure per attirare l’attenzione di un’altra persona verso un evento interessante.

Come favorire l’utilizzo dei gesti

L’adulto può mostrare il gesto all’interno delle normali attività e associarlo alla parola corrispondente.

Durante un gioco, per esempio, può modellare “ancora”. Al termine di un’attività può utilizzare il gesto di “finito”. Durante una scelta può indicare le alternative disponibili.

Quando è necessario un aiuto, questo dovrebbe essere proporzionato e progressivamente ridotto. L’obiettivo resta infatti l’utilizzo autonomo della comunicazione.

Comunicazione Aumentativa Alternativa: quando parole, immagini e dispositivi lavorano insieme

La Comunicazione Aumentativa Alternativa (CAA) comprende strategie e strumenti che possono sostenere la comunicazione verbale oppure fornire modalità alternative quando il parlato non risponde pienamente ai bisogni della persona.

La CAA può comprendere:

  • gesti;
  • fotografie;
  • immagini e simboli;
  • tabelle di comunicazione;
  • quaderni;
  • oggetti concreti;
  • segni manuali;
  • comunicatori;
  • tablet e dispositivi con uscita vocale.

La CAA non dovrebbe essere considerata esclusivamente come una soluzione destinata a chi non svilupperà il linguaggio verbale. Può essere utilizzata anche insieme a parole e vocalizzazioni all’interno di un sistema comunicativo multimodale.

L’American Speech-Language-Hearing Association (ASHA) sottolinea che non sono richiesti prerequisiti specifici per prendere in considerazione un intervento di Comunicazione Aumentativa Alternativa.

Più modalità comunicative non significano rinunciare alle parole. L’obiettivo è offrire alla persona strumenti sufficienti per poter esprimere ciò che desidera, pensa o rifiuta.

La scelta del sistema dovrebbe comunque essere individualizzata, considerando abilità comunicative, motorie, sensoriali e visive, oltre alle esigenze dei diversi contesti di vita.

Le immagini e il PECS

Tra i sistemi che utilizzano immagini rientra il PECS, Picture Exchange Communication System.

Nelle prime fasi, il bambino impara a consegnare un’immagine a un interlocutore per ottenere un oggetto, un’attività o un’altra conseguenza significativa.

Successivamente il percorso può includere discriminazione tra immagini, costruzione di sequenze comunicative e ampliamento delle funzioni utilizzate.

È importante distinguere lo scambio comunicativo dal semplice riconoscimento di una figura. Indicare un’immagine perché l’adulto lo richiede non equivale necessariamente a iniziare autonomamente una comunicazione.

Perché ci sia uno scambio comunicativo devono essere presenti almeno:

  • un messaggio;
  • un interlocutore;
  • una ragione per comunicare;
  • una conseguenza collegata al messaggio.

L’utilizzo del PECS richiede procedure specifiche e non dovrebbe essere improvvisato attraverso un semplice insieme di immagini.

Quando il comportamento assume una funzione comunicativa

Se una persona non dispone di una modalità comunicativa sufficientemente efficace, alcuni bisogni possono essere espressi attraverso comportamenti molto intensi.

Urla, pianto, fuga, lancio di materiali o altre condotte possono comparire, tra molte possibili variabili, in situazioni nelle quali il bambino cerca di:

  • ottenere qualcosa;
  • ricevere attenzione;
  • interrompere una richiesta;
  • allontanarsi da una situazione;
  • chiedere una pausa;
  • comunicare dolore o disagio;
  • ridurre l’esposizione a uno stimolo disturbante;
  • segnalare che non comprende ciò che sta accadendo.

Questo non significa che ogni comportamento problema nell’autismo derivi da una difficoltà comunicativa. Le variabili che possono influenzarlo devono essere osservate con attenzione.

Quando emerge una funzione comunicativa, però, limitarsi a tentare di bloccare il comportamento non è sufficiente. Diventa necessario insegnare una modalità alternativa capace di produrre un risultato simile in modo più sicuro e comprensibile.

Un bambino che lancia il materiale per interrompere un compito, per esempio, potrebbe imparare a chiedere una pausa attraverso una parola, un gesto, un simbolo o un dispositivo.

Strategie comunicative nella vita quotidiana

Le routine familiari offrono numerose occasioni per utilizzare la comunicazione con uno scopo reale.

Durante la merenda

  • scegliere tra due alimenti;
  • chiedere di aprire una confezione;
  • richiedere acqua;
  • chiedere ancora;
  • rifiutare un alimento;
  • comunicare che ha terminato.

Durante il gioco

  • scegliere un’attività;
  • chiedere di iniziare;
  • richiedere aiuto;
  • domandare un pezzo mancante;
  • chiedere di continuare;
  • comunicare il proprio turno;
  • segnalare che non vuole più giocare.

Durante le routine di autonomia

  • scegliere un indumento;
  • chiedere aiuto;
  • indicare ciò che serve;
  • comunicare caldo, freddo o fastidio;
  • richiedere una pausa;
  • segnalare che la routine è terminata.

Durante le uscite

  • scegliere tra due possibilità;
  • chiedere una pausa;
  • indicare qualcosa di interessante;
  • comunicare fame, sete o stanchezza;
  • chiedere di andare via;
  • segnalare un rumore o una situazione sgradevole.

Questi momenti permettono di esercitare la comunicazione esattamente nei contesti nei quali dovrà essere utilizzata.

L’intervento ABA a domicilio, per esempio, può permettere di osservare direttamente le routine familiari e costruire strategie collegate alle necessità quotidiane.

Il ruolo della famiglia

I genitori non devono trasformarsi nei terapisti del proprio figlio.

Il loro ruolo può essere quello di creare un ambiente comunicativo accessibile, riconoscere le iniziative spontanee e utilizzare alcune strategie semplici condivise con i professionisti.

Nella quotidianità può essere utile:

  • utilizzare un linguaggio chiaro e adeguato alla comprensione;
  • lasciare tempo per rispondere;
  • proporre scelte reali;
  • riconoscere gesti, vocalizzazioni e immagini;
  • evitare una successione continua di domande;
  • non anticipare sistematicamente ogni bisogno;
  • rispondere alle iniziative comunicative spontanee;
  • mantenere disponibili gli strumenti comunicativi;
  • condividere con i professionisti le difficoltà osservate.

Le strategie dovrebbero essere semplici e sostenibili. Un’indicazione teoricamente corretta ma impossibile da integrare nella vita familiare avrà infatti poche possibilità di essere mantenuta nel tempo.

Questo è uno degli obiettivi del Parent Training ABA: trasformare principi e osservazioni in strategie comprensibili e utilizzabili nelle situazioni reali.

Il ruolo della scuola

Una modalità comunicativa appresa in un contesto individuale non viene necessariamente utilizzata subito anche a scuola.

Il bambino potrebbe, per esempio, utilizzare correttamente una parola o un simbolo durante una seduta ma non riuscire ancora a farlo in classe, durante la ricreazione o con interlocutori differenti.

La scuola può sostenere la generalizzazione attraverso:

  • accesso continuo agli strumenti comunicativi;
  • supporti visivi comprensibili;
  • occasioni reali per scegliere;
  • possibilità di chiedere aiuto e pausa;
  • tempi sufficienti per rispondere;
  • strategie condivise tra insegnanti ed educatori;
  • coinvolgimento graduale dei compagni;
  • richieste coerenti con il livello di comprensione.

Le indicazioni del National Institute for Health and Care Excellence (NICE) includono interventi socio-comunicativi adattati al livello di sviluppo e prevedono, quando appropriato, il coinvolgimento di genitori, caregiver e insegnanti.

Errori frequenti da evitare

Chiedere continuamente “come si dice?”

Se ogni richiesta diventa un test, la comunicazione può perdere spontaneità. È spesso più utile offrire un modello breve e valorizzare i tentativi iniziati dal bambino.

Accettare soltanto parole perfette

Una sillaba, un gesto o un’immagine possono già svolgere una funzione importante. La precisione può essere migliorata gradualmente senza impedire al bambino di ottenere ciò che sta cercando di comunicare.

Anticipare sempre ogni bisogno

Quando tutto viene consegnato prima che il bambino abbia la possibilità di richiederlo, diminuiscono le occasioni per iniziare autonomamente uno scambio comunicativo.

Imporre il contatto oculare

Guardare direttamente negli occhi non dovrebbe diventare una condizione necessaria per poter comunicare.

L’attenzione può manifestarsi anche attraverso l’orientamento del corpo, lo sguardo verso un oggetto, l’ascolto o altre modalità individuali.

Utilizzare la comunicazione soltanto durante la terapia

Una competenza diventa realmente utile quando può essere utilizzata anche a casa, a scuola e negli altri contesti significativi.

Rendere indisponibile il sistema comunicativo

Se il bambino utilizza una tabella, un quaderno o un comunicatore, lo strumento deve essere disponibile nei momenti in cui può servire. Non dovrebbe comparire soltanto durante attività programmate.

Creare intenzionalmente troppa frustrazione

Le opportunità comunicative non devono trasformarsi in ostacoli continui. Trattenere a lungo un oggetto o ignorare i primi tentativi fino alla comparsa di una crisi non favorisce un apprendimento sereno.

Utilizzare lo stesso sistema per tutti

Non esiste una modalità comunicativa universalmente migliore. Lo strumento deve essere scelto considerando caratteristiche e bisogni della singola persona e verificandone l’efficacia nel tempo.

Come definire obiettivi comunicativi concreti

Un obiettivo generico come “migliorare la comunicazione” non permette di stabilire con precisione cosa insegnare né come verificare i progressi.

È preferibile individuare comportamenti osservabili e funzionali.

  • Richiedere un oggetto utilizzando una parola, un gesto o un’immagine.
  • Scegliere tra due alternative.
  • Chiedere aiuto durante un’attività.
  • Comunicare un rifiuto attraverso una modalità comprensibile.
  • Chiedere una pausa prima di allontanarsi.
  • Utilizzare la stessa richiesta con interlocutori differenti.
  • Rispondere a una domanda semplice relativa a un bisogno.
  • Commentare spontaneamente qualcosa di interessante.
  • Utilizzare il proprio sistema comunicativo in più routine.

Come osservare i progressi

Durante il percorso possono essere raccolte informazioni su:

  • numero delle richieste;
  • iniziative spontanee;
  • livello di aiuto necessario;
  • numero di persone con cui l’abilità viene utilizzata;
  • ambienti nei quali compare;
  • varietà delle funzioni comunicative;
  • stabilità dell’abilità nel tempo.

I dati permettono di comprendere se una strategia sta producendo cambiamenti utili oppure se il programma deve essere modificato.

Quando può essere utile una valutazione professionale

Un confronto professionale può essere indicato quando le difficoltà comunicative interferiscono in modo significativo con la quotidianità.

Tra le situazioni che meritano attenzione possono rientrare:

  • assenza di modalità comprensibili per esprimere bisogni;
  • uso frequente di pianto o comportamenti intensi per comunicare;
  • presenza di parole utilizzate raramente in modo spontaneo;
  • difficoltà a scegliere, chiedere aiuto o rifiutare;
  • forte frustrazione quando il bambino non viene compreso;
  • utilizzo di un sistema comunicativo soltanto durante le sedute;
  • difficoltà a trasferire le abilità tra casa, scuola e altri ambienti;
  • perdita di abilità comunicative precedentemente acquisite.

In presenza di una perdita di parole o di altre competenze già presenti è importante confrontarsi tempestivamente con il pediatra o con i professionisti sanitari di riferimento.

La versione aggiornata della Linea Guida dell’Istituto Superiore di Sanità rappresenta un riferimento nazionale per la diagnosi e il trattamento del disturbo dello spettro autistico in bambini e adolescenti.

Per comprendere quando un supporto comportamentale possa essere indicato, puoi inoltre approfondire quando rivolgersi a un tecnico ABA.

Il contributo dell’intervento ABA alla comunicazione

All’interno di un progetto individualizzato e, quando necessario, multidisciplinare, l’intervento ABA può contribuire allo sviluppo della comunicazione funzionale.

Il lavoro può comprendere:

  • osservazione delle modalità comunicative già presenti;
  • individuazione di interessi e motivazioni;
  • insegnamento graduale delle richieste;
  • utilizzo integrato di parole, gesti, immagini o altri sistemi;
  • riduzione progressiva degli aiuti;
  • valorizzazione delle iniziative spontanee;
  • insegnamento di richieste di aiuto, pausa e rifiuto;
  • generalizzazione con persone differenti;
  • trasferimento delle competenze tra più ambienti;
  • collaborazione con famiglia e scuola;
  • raccolta dei dati e verifica dei progressi.

L’obiettivo non dovrebbe essere valutato soltanto attraverso il numero di parole pronunciate.

Una comunicazione realmente funzionale permette alla persona di esprimere preferenze e difficoltà, chiedere, rifiutare, fare scelte e partecipare con maggiore autonomia alla propria vita quotidiana.

Anche il Centers for Disease Control and Prevention (CDC) include gli approcci comportamentali e comunicativi tra le diverse tipologie di intervento utilizzate nell’autismo, sottolineando la necessità di adattare il percorso alle caratteristiche individuali.

Conclusioni

Favorire la comunicazione nei bambini autistici significa riconoscere tutte le modalità attraverso cui una persona prova a trasmettere un messaggio.

Parole, vocalizzazioni, gesti, immagini, simboli e dispositivi non devono necessariamente essere considerati sistemi in competizione. Possono integrarsi e offrire strumenti differenti in base alla situazione e alle competenze individuali.

Il punto di partenza consiste nell’osservare ciò che il bambino sa già fare, comprendere cosa lo motiva e creare opportunità comunicative naturali.

Una comunicazione efficace può permettere di chiedere, scegliere, rifiutare, domandare aiuto, condividere interessi e partecipare con maggiore autonomia alle attività familiari e scolastiche.

Il valore della comunicazione non si misura soltanto dal numero di parole pronunciate, ma dalla possibilità della persona di farsi comprendere e partecipare attivamente alla propria vita.

Ogni percorso dovrebbe quindi essere individualizzato, monitorato nel tempo e condiviso, quando necessario, tra le persone che accompagnano il bambino nei diversi contesti.

Fonti e riferimenti

  • Istituto Superiore di Sanità (ISS). Linea Guida sulla diagnosi e il trattamento del disturbo dello spettro autistico in bambini e adolescenti. Consulta il riferimento ISS.
  • National Institute for Health and Care Excellence (NICE). Autism spectrum disorder in under 19s: support and management. Consulta la linea guida NICE.
  • American Speech-Language-Hearing Association (ASHA). Augmentative and Alternative Communication (AAC). Consulta il Practice Portal ASHA.
  • Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Treatment and Intervention for Autism Spectrum Disorder. Consulta il CDC.

Domande frequenti sulla comunicazione nei bambini autistici

Modalità comunicative

Un bambino autistico che non parla può comunicare?

Sì. La comunicazione può avvenire attraverso gesti, vocalizzazioni, immagini, oggetti, simboli, segni manuali o dispositivi elettronici. L’obiettivo è rendere queste modalità sempre più comprensibili, autonome e funzionali.

Utilizzare immagini o comunicatori impedisce lo sviluppo delle parole?

La Comunicazione Aumentativa Alternativa non deve essere considerata necessariamente alternativa al linguaggio verbale. Immagini, gesti e dispositivi possono essere utilizzati insieme a parole e vocalizzazioni per ampliare le possibilità comunicative della persona.

È necessario obbligare il bambino a guardare negli occhi?

No. Il contatto oculare non dovrebbe essere imposto come requisito per poter comunicare. È più importante verificare che il bambino comprenda la situazione e disponga di una modalità efficace per trasmettere il proprio messaggio.

Prime richieste e parole

Quali richieste è meglio insegnare per prime?

È utile partire da oggetti, attività e azioni realmente significativi per il bambino. Anche richieste come “aiuto”, “pausa”, “ancora”, “apri” e “finito” possono avere un grande valore nella vita quotidiana.

Devo chiedere a mio figlio di ripetere ogni parola?

No. La ripetizione può essere utile in alcune situazioni, ma non dovrebbe diventare una condizione continua per ottenere ciò che il bambino desidera. È importante valorizzare anche approssimazioni e iniziative spontanee.

Generalizzazione e comportamento

Perché mio figlio comunica durante la terapia ma non a casa?

L’abilità potrebbe non essere ancora generalizzata. Per questo è necessario favorirne l’utilizzo con persone, materiali, ambienti e situazioni differenti, condividendo con la famiglia strategie semplici e coerenti.

I comportamenti problema possono essere collegati alla difficoltà di comunicare?

In alcuni casi può esserci una relazione. Un comportamento può permettere alla persona di ottenere qualcosa, interrompere una richiesta, attirare attenzione o esprimere disagio. È però necessario valutarne la funzione prima di formulare conclusioni e, quando appropriato, insegnare una risposta comunicativa alternativa.

Quando è opportuno iniziare a sostenere la comunicazione?

È possibile intervenire quando emergono difficoltà nell’esprimere bisogni, richieste, scelte, rifiuti o altre intenzioni comunicative. Non è necessario attendere la comparsa di particolari prerequisiti prima di offrire alla persona modalità comunicative accessibili.

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Articolo a cura di

Dott. Francesco Paolo Marulli

Tecnico ABA · Specialista in Neuroeducazione e Apprendimento Motorio

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